IL VIAGGIATORE CERCA IL TURISTA TROVA

Mar 16 2015

Sono di ritorno da Orvieto e ancora ne conservo lo stupore e le suggestioni con il desiderio di tornarci presto.

Orvieto è un’altra, delle nostre città ,dove lo smarrimento diventa un sofisticato progetto vitale per viaggiatori affamati di stimoli emotivi.

 

Questa nostra Italia, donata da un Dio generoso (certamente pentito di avercela data) potrebbe essere un luogo unico al mondo per questi viaggiatori.

Dico viaggiatori, non turisti (anche se pure con questi siamo precipitati nelle classifiche di attrattività rispetto al passato).

Sono diversi e così dovrebbe essere il modo di ospitarli per farli stare bene, fermo restando che alcuni elementi di base devono essere posseduti sempre per soddisfare i bisogni impliciti. 

La più grande differenza è che Il viaggiatore cerca mentre il turista trova (se trova).

Per accogliere e ospitare i turisti bastano traduttori, mentre per accogliere e ospitare viaggiatori servono interpreti multidimensionali.

Naturalmente non mi riferisco alla lingua ma a diverse forme di “grammatica”.

Che cosa fa l’interprete? Lui conosce a fondo tutto quello che riguarda il senso del suo ambiente e capisce quello che è il mondo del viaggiatore, ha una competenza dell’intangibile e riesce a farla arrivare mettendo in relazione il bisogno dell’ospite con lo stimolo emotivo/culturale incontrato o rivelato.

Mette in relazione, quindi favorisce la comunicazione non semplicemente traducendo, ma creando un senso, determinando quindi la nascita di qualcosa che avviene nell’incontro.

Ripeto: Il viaggiatore che cerca, ma non sa cosa (cercare è il suo scopo), ha nell’interprete un partner che lo aiuta a trovare ma nello stesso tempo a rilanciare la ricerca, senza fine.

Il viaggiatore cerca anche quando si ferma, perché ha mente vigile, la propensione emotiva alta e la sua capacità evocativa, raffinata.

Alcuni alberghi storici, ad esempio, sono potenzialmente pieni di suggestioni e analogie da rivelare, da far nascere, o rinascere. 

Un albergo crea desideri d’unicità, d’esclusiva, suggerisce altre vite, che trovano la fonte nell'analogia, in una speciale identificazione con altro, con «qualcosa d’altro» con «qualcun altro», che in quel posto, ancora esiste, tra le pieghe del tempo dove lui ospite è presente.
Chi accoglie in questi luoghi deve far vivere l’appartenenza a una narrazione, dove chi ascolta è dentro la storia, come un protagonista, in una trama magica creata sapientemente con un sofisticato malinteso esplicitato onestamente. Voglio dire che I’ospite viaggiatore, cerca valore intangibile soprattutto e lo riconosce quando lo trova in un luogo, nella relazione con altri, ma soprattutto nelle suggestioni, nelle analogie, nelle apparenze, nelle evocazioni nell’essere, appunto, dentro un malinteso creato per e con lui, per un viaggio della mente.

L’ospite (non il cliente) entra in uno spazio straordinario e si lascia guidare da e verso sensazioni, non sceglie, avverte una simultaneità d’atmosfere che fanno «sentire» che il luogo che ferma la sua ricerca nel viaggio, è parte integrante del viaggio stesso.

Questo malinteso, così raffinato promuove soliloqui e dialoghi appassionanti per altre forme di connessione emotiva, per comunicazioni che prendono spunto da oggetti, situazioni o ricordi inesistenti o esistiti ma sempre fantasticati.

L’identificazione con i fantasmi, che il pensiero stimolato, trasforma in una specie di realtà.

Il “malinteso” consiste nel dare tutto il luogo all’ospite, nel creare in lui la sensazione di possederlo collocandolo nella narrazione in atto. Questo malinteso non è iniquo, perché tutti sanno che sono parte di una finzione che fin tanto che dura è totalmente piena d’autentica attribuzione di valore per l’ospite, che gioca a un gioco con regole non dette ma implicitamente chiare, un amalgama accurato d’inclusione che si chiama ospitalità.

E’ il malinteso che è un intendere completamente il «gioco» che indica un percorso che prevede lo «scarto» momentaneo dalla realtà visibile, perché proprio in questa dimensione intangibile sta il valore del viaggio.

Molti luoghi hanno bisogno d’interpreti complici, che sappiano con leggerezza suggerire strade verso l’analogia e la suggestione e la formazione d’emozioni che radichino ricordi ma anche progetti di altri ricordi.

Non è vero. Il viaggio non finisce mai.

Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia

della spiaggia e ha detto “non c’e’ altro da vedere” ,sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro.

Bisogna vedere quello che non si è visto,

Vedere di nuovo quello che si è gia visto,

Vedere in primavera quello che si era visto in estate,

Vedere di giorno quello che si è visto di notte,

Con il sole dove la prima volta pioveva,

Vedere le messi verdi, Il frutto maturo, La pietra che ha cambiato posto,                                                              

 L’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi gia dati, per ripeterli,

e per tracciarvi a fianco nuovi cammini.

Bisogna ricominciare il viaggio.

Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.                                                

 

( Saramago)

Letto 1036 volte Ultima modifica il Lunedì, 16 Marzo 2015 11:44
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Ugo Righi

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